Quale metodo?



L’idea generale è che, per essere un buon insegnante, si debba essere consapevoli delle difficoltà che i discenti affrontano nell’apprendimento di una nuova lingua.

Ma la domanda è: L’insegnamento deve essere integralmente offerto nella lingua da imparare, o è anche possibile usare la L1, o in ogni caso una lingua franca, per fornire spiegazioni?

Immaginiamo prima una classe multietnica, con un insieme di lingue e l’impossibilità di trovare una lingua franca. Questo accade spesso soprattutto con i migranti, e soprattutto nelle prime fasi dell’ insegnamento i docenti possono incontrare difficoltà. È però anche vero che i migranti hanno un vantaggio: sono continuamente “esposti” alla lingua che devono imparare. A meno che vivano barricati in casa comunicando soltanto con i propri familiari o trovando un canale TV che trasmetta nella loro lingua, vengono a contatto con la lingua del paese che li ospita in qualsiasi situazione della giornata: quando sono al lavoro, quando vanno a fare compere, quando ascoltano le news, etc… in questo modo sono “naturalmente” costretti ad esercitare listening and speaking.

Ma delle persone che studiano una L2 nel loro paese d’origine, che non hanno possibilità di praticarla al di fuori delle proprie classi (se frequentano un corso), o che addirittura studiano per conto proprio, avranno molte difficoltà se non potranno usufruire di spiegazioni nella loro lingua, o almeno in una lingua franca.

Per fare un esempio, io ho studiato la lingua svedese da autodidatta (dopo aver tentato poche lezioni una sorta di corso amatoriale). La prima cosa che ho fatto, poiché non riuscivo a capire nulla del textbook originale svedese che mi era stato consigliato, è stata scaricare del materiale didattico in inglese.
Dopo aver appreso le nozioni di base della lingua, mi sono iscritto ad una chat svedese, dove ho cominciato a scambiare messaggi, all’inizio molto semplici, poi man mano più complessi. Poi, con l’aiuto di provider come Skype e Yahoo ho potuto anche fare delle conversazioni con i miei contatti. Mi sentivo comunque abbastanza sicuro, perché in qualsiasi momento avessi dei dubbi su come scrivere o come esprimere qualcosa, avrei potuto consultare i miei appunti di lingua svedese redatti in inglese.

Ma tutto ciò non ha nulla a che vedere con i tradizionali pedanteschi metodi del passato, con lunghe a noiose liste di nomi e regole che gli studenti dovevano imparare a memorie, in modo assolutamente passivo e senza alcun riferimento con la lingua parlata nella vita di tutti i giorni.

Naturalmente, man mano che sale il livello di apprendimento, la “percentuale” di informazione provvista nella lingua originale è supposta decrescere, ed uno studente di livello upper-intermediate può già pensare di interagire completamente in L2.

Oggi si discute molto sull’opportunità di inserire o meno la grammatica nei programmi d'insegnamento Lo stesso evocare questa pericolosa parola ci fa sentire come se camminassimo sulle uova. Naturalmente io capisco che sia estremamente importante abbandonare i noiosi e improduttivi metodi deduttivi del passato, ma non riesco proprio a capire perché la grammatica debba essere vista come un leviatano, o al limite come una medicina potenzialmente tossica che debba essere somministrata in gocce (meno la si usa, meglio è). Perché la grammatica non può essere vista come un alleato, un supporto per gli studenti?

I metodi induttivi, quando praticabili, sono eccellenti, non ci sono dubbi in proposito. C’è però da dire che la rivoluzione metodologica è partita da paesi di lingua inglese, e l’inglese non è una lingua così strutturata come quella italiana (con tempi, modi, coniugazioni), per quanto anche complessa a modo suo.

La lingua inglese lascia molto più spazio all’induzione, o all’istinto se vogliamo, delle lingue italiana o tedesca, per esempio. E, senza cadere nello stupido errore di considerare la grammatica inglese come “facile”, possiamo dire senza alcun dubbio che la qualità più difficile da “allenare” è il listening.
A mio parere sarebbe abbastanza infantile, se non irresponsabile, scimmiottare passivamente i cambiamenti metodologici verificatisi nella didattica della lingua inglese.

Non potevo credere ai miei occhi, quando ho visto scuole d’italiano pubblicizzare corsi estivi a studenti provenienti dall’estero, anche a livello principianti, vantandosi di offrire un insegnamento “al 100% in italiano”.
Studenti che arrivano da ogni parte del mondo investono una rilevante somma di denaro per partecipare a dei corsi di un mese, e finiscono col sentirsi delusi, perché vengono lasciati indietro da insegnanti che seguono il proprio passo senza curarsi del fatto che le persone che hanno di fronte non siano in grado di capire quello che viene loro detto. Questo è almeno quello che mi hanno confessato alcuni studenti i quali poi si sono rivolti ad un insegnante privato.

In ogni caso, non dobbiamo mai dimenticare che un metodo d’insegnamento, per quanto possibile, dovrebbe essere cucito come un abito intorno alle esigenze, alle attitudini, ed agli obiettivi dei discenti.